HABEMUS PADRE

Sabato ho assistito all’ordinazione di Admir, primo consacrato di Empada, una cittadina vicina a Catiò. Ci eravamo conosciuti durante la convalescenza a Bafatà, mentre mi riforniva di sale grosso, con cui dovevo lavare la gamba. Non sono mai riuscito a convincerlo a comprare più di un pacco alla volta e dire che di sale ne usavo parecchio! Imperturbabile e sempre con un sorriso disarmante andava ogni giorno al mercato e tornava più tardi col suo unico acquisto.
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Aperta da una lunga processione che avanzava a passo lento tra canti e balli la cerimonia si è svolta all’ombra d una tettoia di paglia, addobbata con nastri e palloncini. Ha celebrato il vescovo Zilli, supportato da una dozzina di altri sacerdoti.
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Degno di nota è stato il momento che ha preceduto l’ordinazione, quando Admir si è disteso coperto da panni tradizionali che ha poi lasciato scivolare a terra nel rialzarsi, a simboleggiare la morte dell’uomo della tribù e la nascita del padre della Chiesa.

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Questa scelta così marcata è uno degli scogli maggiori nell’evangelizzazione in quanto le consuetudini e gli obblighi tradizionali sono molto forti e diffusi. Gli anziani del villaggio hanno comunque partecipato, agghindati a festa.
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Dopo la celebrazione foto e chiacchiere prima del pranzo, con la possibilità di acquistare la maglietta dell’evento, cosa tipica da queste parti. Io ho preferito abbracciare Admir augurandogli il meglio, sulla strada che lui ha scelto per sè.

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BLUES DEL DELTA DI CATIO’

Uno degli album che ho ascoltato maggiormente quaggiù è Costellazioni, ultimo lavoro delle Luci della Centrale Elettrica, scaricato da un amico che come me apprezza il buon Vasco Brondi. Conoscendo la realtà cui si riferisce il pezzo che si intitola Blues del Delta del Pò ( https://www.youtube.com/watch?v=_RSf6EKEj9w&feature=kp ) ho apprezzato particolarmente questa canzone. Dopo un pò ho notato un’analogia da sponda di fiume, sarà che il pantano riesce ad uniformare le cose. Ho riadattato il testo ma affinché non fosse solo un vezzo formale ho aggiunto delle note che danno qualche informazione sulla realtà guineiana.

Dormono in capanne
a settembre più nessun temporale (1)
piccole capre, cani in cortile (2)
guardando la vita passare
ha capito che tutto andava bene e che poteva partire
ha capito che tutto andava male e che poteva partire
Chi è nero non è come nessuno perfetto
ma chi è più chiaro ha una colpa precisa
e si tengono stretti per mano nel calore dell’affetto (3)
sanno ridere,ballare,amare e che poi sia quel che sia (4)
tra i primi rapporti chiusi e gli ultimi bar aperti
un valzer degli sprecati nelle bankade dei paesi ore da debosciati (5)
poi tutti ogni sera sono a ballare al salòn o sulle frequenze basse (6), sui sogni ad occhi semichiusi, sulla scuola lasciata a quattordici anni, sulla macchina nuova, sulle quelle finite rottami da decenni (7)
lunghi camion portan la legna tagliata (8)
aerei con la cocaina (9)
c’è lei che quando ha avuto una bambina era anche lei una bambina
e vuoi mettere amarsi nel mankara (10) sotto la luna?
vuoi mettere specchiarsi in un po’ di acqua chiara lasciata dalla piena?
Ogni strada del paese di terra rossa è proprio zuppa dopo la pioggia
i bimbi in cerca di kadju a tutte le ore (11) ti guardano come l’acqua passare
e ha capito che tutto andava bene e che poteva partire
ha capito che tutto andava male e che poteva partire

 

  1. La stagione delle piogge termina prima di ottobre
  2. Gli animali pascolano liberi nel villaggio, solo di notte vengono chiusi in un recinto
  3. E’ prassi consolidata camminare mano nella mano tra amici anche dello stesso sesso. Nulla a che fare con l’emancipazione degli omosessuali che qui non vengono nemmeno presi in considerazione pur se, come è ovvio che sia, ci sono
  4. Quello guineiano è un popolo che sa divertirsi, celebrando la vita, senza riflettere molto sulle conseguenze o sulle alternative
  5. Le bankade sono le riunioni dei giovani che si trovano a discutere; inizialmente erano pensate come un momento di confronto ed anche di divertimento, ormai però sono quasi esclusivamente occasioni per bighellonare e giocare
  6. La musica è sempre presente, nelle discoteche – il salòn appunto – nelle case e per strada, grazie alle onnipresenti radioline
  7. Le macchine nuove sono rarissime e per questo assai ambite; qua e là spuntano carcasse “spolpate” per rabberciare altri mezzi che continuano ad avventurarsi sulle strada tenute insieme dal fil di ferro e dalla speranza
  8. La deforestazione – compiuta sopratutto da aziende cinesi – è un’emergenza che solo ultimamente è stata presa in considerazione dalle autorità. In un regime di omertà e corruzione il taglio selvaggio imperversa
  9. La Guinea Bissau rappresenta uno dei paesi cardine nel narcotraffico. La posizione geografica, la morfologia, la debolezza istituzionale, la complicità delle foze armate, sono state scoperte e sfruttate ormai da anni da chi importa droga dal Sudamerica per poi smerciarla in Africa e, sopratutto, in Europa
  10. Il mankara è la pianta di arachide, qui usata come metonimia di “camporella “
  11. Il kadju è la pianta dell’anacardo che costituisce la principale risorsa della Guinea. I frutti cadono dagli alberi oppure vengonostaccati con delle pertiche; la raccolta giornaliera occupa dnne, bambini e ragazzi con consegunze disastrose sulla partecipazione e l’apprendimento scolastici ed in genrale sulla vita familiare. Il succo di cadju fermenta rapidamente permettendo a tutti di “sballare” senza spendere soldi.

KM 0

Il freezer attende paziente che qualche pescatore si accosti alla missione dicendo “ Con – Con”, l’equivalente locale di “Toc-Toc”. La bianca arca non sa con cosa verrà riempita di lì a poco: una cascata di piccoli bentana argentati, una corbina dal muso affilato oppure un grande barbo ? Può capitare anche un tiburon, piccolo ma dall’aria feroce.

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La contrattazione è più che altro l’occasione per fare quattro chiacchiere mentre il pescato viene messo sulla bilancia. Qui serve qualcuno che sappia leggere i numeri, cose da branku, al mercato vanno a occhio e battibeccano sul prezzo fino ad ottenere un anche minimo batimentu, ossia lo sconto. Il prezzo si aggira sui 500 franchi al chilo, meno di un euro.

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I pesci con pezzatura minore vengono presi dalle donne nelle risaie, nelle pozze e nei rii, comunque nell’acqua bassa, usando delle reti tonde, simili a degli acchiappafarfalle over size . Gli altri esemplari sono catturati con le fin de rio,  reti fissate a dei pali e messe all’inizio o alla fine di un braccio di mare per imprigionare i pesci col calare della marea. I più grossi, invece, sono pescati in mare aperto, utilizzando reti e canoe, anche a motore. Di solito il pesce viene cucinato con un sughetto di cipolle, oppure fritto, raramente alla griglia.

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Ma anche la frutta arriva copiosa: manghi e cadju vengono portati a ceste ricolme. Sempre meno di quelli rubati dai bambini che calano come locuste e fanno piazza pulita, imitandosi ad un faccino triste se vengono sorpresi sul fatto. Incredibili per dimensioni e sapore sono le jaka. Da distante sembrano degli armadilli o dei giganteschi topi, nutrie per capirsi. Il colore verde ed il grosso gambo chiariscono ad uno sguardo più attento che si tratta di un frutto. Una volta aperto si scopre un interno pieno di altri frutti, una sorta di cluster bomb al naturale. C’è un numero incredibile di grossi semi simili a datteri avvolti in bozzoli di polpa giallastra, dal gusto dolciastro, molto particolare. Uno di questi giganti del mato costa appena 500 franchi, viene usato anche per fare una zuppa con i suoi noccioli, che dopo la bollitura diventano simili ai fagioli.

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Nessun dubbio sulla freschezza del prodotto e nessun tipo di packaging, non male!

PS: post dedicato a chi parla con la natura stando silente sulla riva di un fiume

EFFETTI COLLATERALI

L’assunzione ripetuta può creare dipendenza.
Questo è uno degli effetti collaterali del Lariam, il farmaco che sto prendendo per la profilassi antimalarica. Altre controindicazioni possono essere problemi al fegato, allucinazioni, depressione. Al momento il pericolo pare scongiurato; ciononostante la maggior parte delle persone mi sta caldamente consigliando – eufemismo che nasconde ” Prendi il Lariam? Sei un mona!” – di smettere.

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Ma non è la dipendenza farmacologica a spaventarmi. L’approssimarsi del rientro prospetta un cambiamento di approccio alla quotidianità, una diversa tipologia di relazioni, un contesto imparagonabile. Non si tratta di meglio o peggio, ovviamente; questo mio ritorno al futuro si caratterizzerà per un dialogo tra vecchio e nuovo. La serenità inseguita e raggiunta quaggiù saprà attecchire anche altrove e, quindi, dimostrerà di esistere davvero? Mesi fatti di giorni “neri” , ore ed ore pregne di Guinea, saprò stare senza?  In buona sostanza, quanto forte sarà il mal d’Africa?
Non ho risposte in quanto la domanda non è ancora stata posta, occorre attendere luglio. Ecco il motivo del silenzio sul blog, non trovavo le parole per descrivere le mie ultime giornate africane. O forse volevo solo starmene un pò per i fatti miei. Sia come sia, rieccomi a dispensare pillole di Guinea, da assumere se e quando ne avrete voglia.

QUESTIONE DI FEELING

Credere. Non credere. Credere di credere. Non chiedere di credere. Chiedersi. Chiudersi.
Vari sono gli atteggiamenti possibili di fronte alla religione. Non è certo un blog come questo il contesto più adatto per discuterne. Mi limito a raccontarvi le mie sensazioni durante la cerimonia dei battesimi svoltasi domenica scorsa qui a Catiò.

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Non direttamente coinvolto nella celebrazione ho lasciato vagare l’attenzione in giro per la chiesa addobbata a festa. La sacralità dell’appuntamento era sottolinata dalla cura profana di vestiario ed acconciature. Questo “farsi belli” è comune in tutto il mondo, proprio come il rituale della festa in famiglia dopo la messa. Atmosfera di casa, sensazione di muoversi su di un terreno conosciuto.
Poi, certo, le variabili locali. Look e musica, partecipazione e tempi, il tutto è stato molto africano. Come potrete vedere in questo video ( http://youtu.be/YbckgzakWs4 ) perfino la lettura del Vangelo ha assunto un sapore, anzi, un suono diverso. Il coro aveva provato a lungo nei giorni precedenti, per un momento mi sono rivisto a strimpellare, stonando. I diversi momenti della funzione sono stati introdotti dai balli di alcune ragazze, tanto maniacali nei rutilanti cambi di gonna quanto semplici nella loro performance.
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Mentre i fumi dell’incenso si diffondevano ovunque mi è parso di cogliere una certa qual alchimia, un’eco d’arcane cerimonie. I quattro elementi erano presenti, nel fuoco della candela, nell’acqua del rito, nell’aria piena delle sacre formule, nella concretezza della veste e delle mani dei padrini appoggiate sulle spalle dei battezzati, come a radicare la fede nella terra della comunità.
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Una dozzina di battezzandi, ognuno secondo la liturgia prevista, più di tre ore di celebrazione. Non abituato a simili maratone religiose languivo prostrato nella sagrestia, scambiando qualche parola con altri naufraghi dell’Infinito. Più di ogni altra cosa però sono stato in ascolto, stupendomi dell’entusiasmo che per tutto il tempo tracimava nei canti e nelle preghiere.Le voci salivano facendo rimbombare come una cassa armonica la volta della chiesa per poi diffondersi in cielo, Dio se ci sei batti un colpo. Pur mantenendo la mia prospettiva non ho potuto fare a meno di notare l’intensità della partecipazione al rito, la forza di questa fede che già mi aveva colpito nel vedere i catechisti sobbarcarsi trasferte di parecchi chilometri per andare a portare la Parola nei villaggi circostanti.
Dopo la benedizione è scattato il rito laico delle fotografie, la chiesa risuonava di risate e riluceva dei lampi dei flash. Ogni battezzato è atteso da un sontuoso banchetto, con torte meravigliose, che mai mi sarei aspettato quaggiù.

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Più in sintonia con la dimensione della festa mi sono mescolato nei colori e nei sorrisi delle famiglie, la maggior parte delle quali appartenenti alla religione animista tradizionale. Non sarà facile per i neo battezzati rimanere coerenti con le loro promesse, ma sono sicuro che ci proveranno, spinti da qualcosa per loro concreto, importante, bello.

Almeno credo.

LITTLE MISS SUNSHINE

Ombra tra le ombre, siede in attesa sullo sgabello.
Le mani sul foglio non manifestano tensione o paura proprio come gli occhi non lascian trasparire una particolare eccitazione o convinzione. Viene il suo turno, annuisce due o tre volte nel sentire il proprio nome, le scure labbra strette come onde di cioccolato.
Poi, all’improvviso, il buio si squarcia, un arcobaleno pare nascere dalla sua bocca.

Legge: a voce alta, stando composta per quanto possibile dato il piccolo banco traballante, senza errori e rispettando l’ortografia per cambiare tono e ritmo. La lettura sgorga cristallina, scorrendo senza intoppi tra le rocce del portoghese e del criolo, superando le rapide delle domande di comprensione per poi sfociare nel mare della valutazione.

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Conclusa la sua prova si alza e raggiunge le compagne, senza sottolineare in alcun modo quanto appena fatto, come se fosse una cosa normale. Certo, dovrebbe esserlo, ma qui la realtà è diversa, nuvole scure ammantano ancora l’orizzonte di molti studenti. Leggere è un’impresa, certo non agevolata dalla penuria di materiale, dal contesto socio-ambientale, dal “traino”scolastico.

Si dice che dove finisce l’arcobaleno ci sia nascosta una pentola colma d’oro. Oggi seguendo quella meraviglia di armonia che colorava l’aria del cortile si è scoperta una bimba che sa leggere bene: un tesoro ben più prezioso.

COGITO ER(G)O SUM PAUPER

Al di là del pretenzioso titolo latineggiante, si tratta di alcune considerazioni sulla povertà.

Come spiegare la felicità nella miseria? Come accettare il quid di gioia nella penuria generale? Come intendere quella joie de vivre in mancanza dei livelli minimi di benessere, almeno per lo standard occidentale?

Che poi, davvero basta questo? Al di là della poesia la prosa racconta una storia diversa.

In Europa non si vive meglio? Non c’è un sistema di tutele sociali, per quanto preso d’assalto? Non c’è l’idea di un progresso, pur con mille intoppi e dubbi? Forse non ci sono più possibilità? 

Ed allora cosa ci manca se abbiamo – quasi – tutto?

Credo che una chiave di lettura possa essere la consapevolezza. Non sapere cosa manca aiuta ad accettare la propria condizione. D’altra parte l’eccesso di alternative disorienta. Andare alla conquista del West ha ucciso il mito della frontiera, dell’obiettivo da raggiungere, ma ha dato opportunità di crescita e sviluppo. Aggrapparsi alla tradizione ha codificato la quotidianità ma ha reso difficile l’attecchimento delle alternative, da sempre il terreno più fertile per il progresso.

Che fare, allora? Come evitare di incensare il modello occidentale, ignorando o considerando un effetto collaterale la povertà di miliardi di persone , senza finire a lodare l’autenticità africana come irenica Arcadia, da cui i primi a scappare sono proprio coloro che ci sono cresciuti?

 

Mi viene in mente un libro letto in gioventù, non un capolavoro della letteratura ma comunque capace di regalare un insegnamento, uno spunto di riflessione. Nell’Isola dimenticata – non ricordo l’autore purtroppo –  un gruppo di naufragi mette a confronto le proprie vite prima e dopo l’essersi stabiliti su di un isolotto. Tranquillità o stress, difficoltà o confort, famiglia o solitudine, noia o emozione.. difficile scegliere, osservare razionalmente. Viene allora proposta un’immagine: quella della scala a chiocciola. Che si salga o che si scenda, eccedendo negli elogi oppure nelle critiche, non si arriva da nessuna parte, la scala come la vita è potenzialmente infinita nel senso che non ne conosciamo la lunghezza. Meglio quindi calibrare salita e discesa trovando un pianerottolo su cui sostare.

Sfrecciare su una Ferrari nella sabbia del deserto funziona solo nella pubblicità, chi cammina nella frenesia contemporanea non ha speranza. Quindi occorre un compromesso, la famosa terza via? Forse.

Personamente credo che dovremmo declinare al plurale: le terze vie. Ossia rallentare in Occidente ed accellerare qui in Africa ma conservando le diversità qualificanti, evitando di rendere tutto simile, codificato, noioso. Imparare dall’altro, aiutarlo, contaminarci, mescolare i colori.

Una Raimbow Nation globale.

CHE RUMORE FA LA FELICITA’?

Un bimbo riceve un pallone nuovo, prova a ringraziare dicendo “Obrigado” ma non esce alcun suono, l’emozione pare soffocarlo. Comunica con gli occhi, con muta eloquenza. Cammina tenendo il regalo davanti a se, un pò goffo ed un pò solenne, come un papà col figlio appena nato. Da i primi calci senza togliere la retina, quasi a voler conservare la magia del regalo. Azzarda un palleggio, gli riesce.. ma il capolavoro lo fa quando, finalmente, sorride. Agguanta la palla e corre via.

Una signora dal pesante carico in equilibrio sulla testa cammina lungo la pista in terra battuta. Si volta sentendo arrivare il fuoristrada, non dice nulla eppure sta gridando per avere un passaggio. Qualche chilometro sul cassone traballante senza pesi addosso le sembrano quasi un sogno, una gita di quelle che mai ha fatto in tutta la sua vita. Scende, riposiziona sopra di sè il cesto poi con una mano si sfiora il petto, aprendo l’altra in segno di saluto, accenna un inchino con la testa. Le sfugge anche un sorriso timido, da bambina.

Un ragazzo cambia una ruota, fa ripartire un compressore ricalcitrante, aggiusta un attrezzo agricolo, aiuta con le fotocopie per le scuole, da risposte precise risolvendo diverse questioni. Viene lodato per la sua efficienza come fosse un adulto, con una stretta di mano. Ricambia, il viso serio. Voltandosi però non sa tratternersi: un sorriso soddisfatto manda in frantumi tutta quella compostezza.

R COME RINKA

Si utilizza rinka per indicare ” tirare con forza, strappare “. Così rinka dinti è ” cavare un dente ” mentre rinka po è ” sradicare una pianta “
Nell’accezione di “scatto” ossia iniziare a correre all’improvviso si usa rinka kuri.
Particolarità sono rinka pitu che evidenzia l’azione di “darsi aria, gonfiare il petto per darsi importanza” e rinka udju che abbraccia più significati legati allo sguardo da ” fissare con fermezza” a “sbarrare o roteare gli occhi”